Il fascino del “Grand Tour”, l’interesse per la cultura classica, la passione per l’archeologia, il desiderio di conoscere paesi esotici porterà in Sicilia, tra la fine del Settecento e la prima metà dell’Ottocento, molti viaggiatori provenienti da tutta l’Europa. Tra i turisti stranieri, che in quel periodo hanno visitato i paesi del Val di Noto o sostato nella città di Biscari, citiamo: lo storico inglese Richard Colt Hoare nel 1790, il marchese francese Maria Joseph de Foresta nel 1805, l’ufficiale di marina irlandese George Cockburn nel 1811, il professore tedesco August Wilhelm Kephalides nel 1815, l’avvocato tedesco August Wilhelm Förster nel 1815, il nobile inglese George Russell nel 1815, il nobile francese Louis Simond nel 1818, il giurista francese Denis Dominique
Farjasse nel 1832, lo studioso francese Abraham Dubois Fortuné nel 1843, l'archeologo belga Alfred Bequet nel 1853.
Il viaggiatore meno esperto difficilmente si avventurava sul litorale sud-est della Sicilia per visitare le cittĂ di Palma, Alicata (Licata) e Terranova (Gela).Â
Turisti in cerca di forti emozioni, spinti dalla notoria fama dei principi di Biscari e dal desiderio di conoscere le ricche terre della famiglia Paternò Castello di Catania, preferivano attraversare la valle del Dirillo e la contea di Modica, superare l’altopiano ibleo per spingersi verso la meta più importante, che in genere era considerata la città di Siracusa.Louis Simond, che com’è ormai noto pernottò a Biscari nella primavera del 1818, fu seguito nella sosta in città dal francese Denis Dominique Farjasse (1801-1890), un avvocato affascinato dall’avventura, dal turismo e dalla cultura classica. Le note di viaggio di Farjasse sono raccolte, unitamente a quelle di altri viaggiatori, nel libro “L'Italie, la Sicile, les iles Éoliennes, l'ile d'Elbe, la Sardaigne, Malte, l'ile de Calypso …”, volume edito per la prima volta in Francia nel 1835 e poi tradotto e pubblicato in Italia nel 1837. Il giovane avvocato francese, che aveva all’epoca trentuno anni, cos’ì racconta la sua visita a Biscari nel luglio del 1832:
«Da questa valle (Val d'Ispica) mi trasferii a Biscari. Pare attraversar un deserto dell'Affrica. La natura incolta qui s'appresenta nel suo

primitivo stato; e sola del suo acconciamento prendesi cura. Alcune erranti greggie indicano appena la presenza dell'uomo in queste montagne. Biscari è una piccolissima città , o, a dir meglio, un villaggio situato in cima ad un'eminenza; è il capoluogo del principato di questo nome. Ampiamente si stese su Biscari la munificenza di don Ignazio di Paternò, suo signore.
Noi alloggiammo nel palazzo municipale, da lui fabbricato del proprio. Dopo la morte di don Ignazio, ricadde Biscari nella miseria da cui principiava ad uscire. Il vestiario delle donne v' è assai pittoresco. Nello scendere da Biscari si veggono vasti campi di soda. Questa pianta dalla quale coll'incenerazione si trae un alcali necessario alla fabbrica del sapone, ama i sabbiosi terreni, vicini al lido marino. Le sue foglie dense, ruvide, spinose, tengono del colore rossiccio; non molto sen levano in alto gli steli. La seminano in marzo; verso la metà d'agosto la svelgono, e l'ammonticchiano in una gran fossa circolare, profonda da tre a quattro piedi, nell' imo della quale vi è una graticola per la libera circolazione dell'aria, poi le appiccano il fuoco. Il residuo della combustione forma una massa di ceneri compatte, d'un grigio cupo traente all'azzurro. Dividono questa massa in frammenti di un volume più portatile, i quali imballano dentro stuoie di sparto cucite a foggia di borse e gli spediscono a Marsiglia, dove i fabbricatori di sapone ne fan molto consumo. La Spagna fornisce soda in maggior copia, ma di qualità meno buona. Si valuta che un quintale, di soda di Biscari frutti, mercè della combustione, da 45 a 50 libbre d'alcali. Si segue, non molto oltre, il corso del Dirillo, l'antico Acato, che volge quella pietra preziosa che per corruzione chiamiamo agata, e si arriva alla spiaggia del mare. La costa, bassa e scoperta, ci lasciava affatto esposti ad un sole cocente: travaglioso era il camminare sopra un suolo ora arenoso, ora ingombro di ciottoli o d'alghe ammonticchiate in elastici banchi sul lido. Di distanza, in distanza s'incontrano fortini innalzati a protegger la spiaggia contro le discese de' corsari barbareschi, assai frequenti altre volte in questi tratti di mare.»
La presenza abbondante e spontanea della pianta di salsola nelle terre dei principi di Biscari è citata in diverse fonti bibliografiche, che la indicano tra le colture più redditizie dell’epoca. Il carbonato di sodio, ricavato dalle ceneri di quest’arbusto era, infatti, di buona qualità con produzioni di soda elevate rispetto alle coltivazioni di altre zone della Sicilia e dell’Italia. La scoperta poi dei moderni processi chimici industriali per l’estrazione di questo sale, prima il metodo Leblanc e poi il Solvay, fecero abbandonare la coltura di questa pianta e l’estrazione del carbonato sodico per via naturale.