
Ho atteso, “scientificamente”, per vedere gli sviluppi della situazione che, secondo il mio assai modesto parere, non potevano prendere direzione diversa da quella che stanno cominciando a seguire e, aggiungo, attendo un altro “step”, come usa dirsi, che deve necessariamente anch’esso venire in superficie come il nervo che il dentista scopre con il trapano. Ricapitolando. La nave da crociera Costa Concordia è finita sugli scogli del Giglio. Il comandante è finito in galera, prima, e ai domiciliari, poi. Su di lui s’è detto tutto e non gli è stato risparmiato alcun epiteto tra i più ingiuriosi per stigmatizzarne la condotta. L’Ad della Costa ha detto, in conferenza stampa, che mai la società avrebbe approvato il cosiddetto “inchino” che, al contrario, pare che il comandante
Schettino usasse fare in prossimità di isole, isolette, scogli e cuticciuna appena appena emersi sul pelo dell’acqua.
Il comandante della Capitaneria di porto De Falco, con irruenza e linguaggio tipico di una certa cinematografia americana, è assurto agli onori della cronaca come un eroe. Sono apparsi anche gli immancabili risvolti da gossip: la dama bionda, la cenetta col vinello, il computer di Schettino misteriosamente scomparso… Tanto, tutto fa brodo, compresa la solita TV che, avendo preso una deriva da cortile, si erge a tribunale (tipo quelli dei partigiani comunisti durante la Resistenza) e spara le sue sentenze sommarie che piacciono tanto al pubblico a casa e fanno audience; quindi introiti pubblicitari. E pazienza se, come al solito, la Verità viene calpestata, ignorata, vilipesa. L’ultimo tribunale a cui mi è capitato di assistere, non senza provare disgusto, è stato quello domenicale di Giletti su RAI Uno. Allucinante! Se Giletti avesse avuto lì in studio Schettino difficilmente si sarebbe trattenuto dallo spennarlo vivo. Era così tanto sicuro della sua colpevolezza, in solitario s’intende, che dimenticò, da bravo giornalista pagato da tutti gli italiani, che in un Paese civile esiste l’obbligo di ascoltare tutte le campane prima di decidere qual è quella virtuosa e quale no.
Andiamo avanti. Una società olandese, con un apparecchietto che per di più pare che costi pochissimo, di inchini della sola Concordia ne aveva registrati, nel 2011, ben 52. L’Ad della Costa aveva giurato che, sì e no, gliene risultava uno solo in una notte agostana. A quel punto Schettino, riportano i giornali, dice che il maledetto “inchino” glielo ordinava la Costa stessa perché le faceva pubblicità. Adesso: è reato fare questo dannato “inchino”. No, che non lo è, ha spiegato uno degli ospiti di Giletti. Solamente esso deve essere accordato dalla società armatrice al comandante della nave dopo avere ottenuto, però, il permesso della Capitaneria di porto. Botto, e chiusura del cerchio.
Ricapitolando ancora. Schettino, come un principiante appena assiso su un canotto a remi, combina il guaio (come da lui stesso detto telefonicamente all’unità di crisi della Costa); la Costa subito si defila e scarica il “suo” uomo: “È stato lui, noi non c’entriamo niente”. La Capitaneria di porto ascende in Cielo (non col razzo, ma col ca…). In conclusione, tirando le somme di quanto è successo e detto, mi pare che le responsabilità dovrebbero essere ascritte in parti uguali ai tre attori della tragedia.
1) A Schettino perché l’ha causata. 2) Alla Costa perché l’ha organizzata. 3) Alla Capitaneria di porto perché l’ha permessa.
Non si legga ciò come reato di lesa maestà al neo eroe De Falco; dico solo una cosa: quante volte la Concordia ha fatto sto “inchino” al Giglio? Quante volte la Capitaneria di porto ha ricevuto la richiesta di poterlo fare e l’ha concessa? Quante altre volte, senza autorizzazione, ha tollerato che si facesse e non ha mandato una motosilurante all’inseguimento della nave per bloccarla e arrestare il comandante? Ecco, se non ci si pone queste semplici domande, si rischia di lasciare irrisolto il problema dei “rischi in mare” determinati da queste condotte assurde. Si rischia, in pratica, che Schettino, e solo lui, venga riconosciuto unico colpevole e condannato, si spera, da un Tribunale e non dall’agorà di Giletti. Finirebbe con l’essere il solito capro espiatorio di tutta la vicenda con buona pace per i morti e per la Legge che, in Italia, patria del Diritto, oramai non sa più nessuno cosa sia e a cosa serva. Cazzo! (Quando ci vuole ci vuole; e scusate…)
Giovanni Cappello Tags: acate | capitaneria | cappello | costa concordia | de falco | giletti | schettino
|